L’Uomo e i Suoi Sogni

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Psicologia dei Colori
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21 Aprile 2011
Il Sogno Come “Strumento” Trasformativo
Il Sogno Come “Strumento” Trasformativo
21 Aprile 2011
L'Uomo e i Suoi Sogni

L'Uomo e i Suoi SogniGli esseri umani non sono mai stati indifferenti ai loro sogni. Le prime testimonianze provengono dalla Mesopotamia, dal poema epico di Gilgamesh. Tale poema si riferiva agli atti eroici compiuti dal governante di Uruk. E’ il più vecchi testo storico, di una persona sconosciuta vissuta intorno al 2700 a.C. Allo stesso tempo contiene il più antico documentato sui sogni.

L’UOMO E I SUOI SOGNI
– LA STORIA DELL’INTERPRETAZIONE DEI SOGNI
– I SOGNI TRA LE POPOLAZIONI PRIMITIVE
– ATTIVITA’ ONIRICA E RELIGIONE
– I SOGNI NELLA LETTERATURA

LA STORIA DELL’INTERPRETAZIONE DEI SOGNI
Gli esseri umani non sono mai stati indifferenti ai loro sogni. Le prime testimonianze provengono dalla Mesopotamia, dal poema epico di Gilgamesh. Tale poema si riferiva agli atti eroici compiuti dal governante di Uruk. E’ il più vecchi testo storico, di una persona sconosciuta vissuta intorno al 2700 a.C. Allo stesso tempo contiene il più antico documentato sui sogni. Nel poema, i sogni servivano ad annunciare i piani degli Dei alla gente, per poter poi agire di conseguenza; due personaggi, Enkidu e Gilgamesh, progettavano da tempo l’uccisione di “sanguisuga” Humbaba. A tale scopo, invocarono il Dio del sole affinché indicasse, con le immagini oniriche, quali espedienti provare. La notte successiva Gilgamesh ebbe un sogno, che Enkidu interpretò così: “Questo sogno ti farà sentire meglio. Fratello, quello che hai visto è importante. Su per quella montagna noi possiamo catturare Humbaba “. Tra i babilonesi, grossa considerazione avevano le immagini oniriche. Difatti, vi era la figura del Barù, interprete dei sogni, il quale aveva la funzione di mediatore tra il sognatore e Samas (dio del sole) per giungere ad un responso in chiave divinatoria. Per i babilonesi e in generale per i popoli mediorientali, il sogno rappresentava essenzialmente un collegamento notturno con l’aldilà: come allo scendere della notte il sole s’immergeva nell’oceano per trarne nuove forze, così l’uomo, di notte, s’immergeva nell’aldilà per attingere nuovo vigore dalle immagini oniriche. I sogni quindi, erano portatori di nuove energie, ed erano soprattutto portatori di saggezza e guida per la vita di tutti i giorni. L’oneirocritica, in ogni caso, era riservata a tutti ed i testi di questa scienza furono riuniti nella famosa biblioteca di Ninive.
Gli egiziani dal canto loro, hanno lasciato numerose testimonianze letterarie (papiri) in cui si avanzava la concezione della vicinanza che le immagini oniriche permettevano tra chi sognava e gli Dei. Già nell’antico Egitto, accanto a ciò, si facevano strada idee di grandissima modernità: i sogni erano considerati come immagini che riproducevano, con delle similitudini, lo stato del sognatore. Ad esempio, era considerato come un bisogno di avvicinarsi a Dio il sognare di arrampicarsi sull’albero di una nave: un salire dunque simbolico, un elevarsi al di sopra del “luogo umano” in sogno, un invito a riflettere sull’ascesa verso gli Dèi.Era inoltre chiaro che spesso i sogni avevano un significato sessuale e nascondevano bisogni e desideri del tutto umani. Il libro dei sogni più antico, detto “Libro dei sogni ieratico”, fu redatto proprio in Egitto intorno al 2000 a.C.; si trattava di una sorta di testo di consultazione, una specie di dizionario dei sogni, in cui erano date spiegazioni su ciò che una persona poteva incontrare all’interno del proprio mondo onirico. Il papiro Chester Beatty, ora al British Museum, un antichissimo documento risalente almeno a 4000 anni fa, insegnava agli antichi egizi che il sogno di una luna scorrente era indizio del favore degli Dei, mentre una visione di folle lontane presagiva morte imminente. Il popolo aveva una fede cieca nei sogni come nei presagi, e nella capacità del sacerdote di interpretarne il messaggio: un sogno ossessivo del faraone poneva sulle spalle dell’interprete la responsabilità di gravi decisioni di stato. A sottolineare l’importanza data alle immagini notturne era pratica abbastanza consolidata, sempre in Egitto, affidare il proprio benessere psicofisico alla “medicina onirica”, la possibilità, in altre parole, di curarsi attraverso l’ascolto dei sogni: “Conferiscono la guarigione ad ogni ammalato e sono come frutti maturi che riesce a cogliere solo chi attende pazientemente”.
Tra i greci e i romani un’attività molto comune era l’incubazione, che consisteva nel far addormentare una persona nel tempio, con la speranza che sognando successivamente il Dio di quel particolare tempio, gli venisse indicato quale linea d’azione avrebbe dovuto seguire o a quale rimedio affidarsi.Tutto questo perché grande importanza rivestiva il sognare i morti poiché convinti che conoscessero l’avvenire.Si presume che di tali templi ve ne fossero attivi oltre trecento in Grecia e nei territori dell’Impero Romano (Guidorizzi, 1988). Nell’Iliade omerica (VIII sec a.C.), l’inviatore dei sogni era Giove, mentre nell’Odissea si narra che dall’inferno i sogni giungevano tra le anime attraverso due porte: di corno quelli veri, di avorio quelli falsi. La leggenda di Edipo, dalla quale Freud fece risalire il concetto cardine del Complesso di Edipo, così come viene rappresentata nel testo“Edipo Re” di Sofocle (V sec a.C.), diventa una sorta di tema onirico universale. È Giocasta, ci spiega Freud stesso nel capitolo dedicato al materiale e alle fonti dell’”Interpretazione”, a chiarire ad Edipo la sua storia come sogno tipico e universale: “Quanti prima di te, nei soni loro giacquero con la madre! Ma la vita per chi vede in quest’ombra il nulla vano è solamente lievissimo peso ” (Sofocle, Edipo re). Il primo passo verso la moderna interpretazione fu compiuto nel V sec a. C. , quando il filosofo greco Eraclito suggerì che le parole di una persona, dette durante il sonno, erano create dalla propria mente, in contrasto con i filosofi del tempo che vedevano in esse manifestazioni divine. In Socrate (IV sec a. C.) invece, si ricavava l’idea che i sogni di un uomo retto fossero puri e profetici perché:” Chi, conducendo una vita e una dieta salubre e moderata, si lascia andare al sonno[…]si disponga a sognare piena di vigore e di acume: quel tale, allora, avrà nel sonno apparizioni tranquille e veritiere”. Platone, dal canto suo, sosteneva nel “La repubblica” che “In ciascun individuo esiste una data specie di appetiti, tremenda, selvaggia e contraria alle legge: anche in taluni di noi che passano per persone molto moderate. E questo si rende manifesto appunto nel sonno”. Sia detto per inciso come questa affermazione possa essere valutata una sintesi efficace tanto del concetto di inconscio freudiano quanto quello di Ombra junghiano. I greci, inoltre, erano convinti del carattere profetico di taluni sogni(oniromanzia), tanto che alcuni uomini, chiamati mantiké, erano dotati di una sorta di divinazione cioè capaci di presentire il futuro e di acquisirne la conoscenza anche attraverso i sogni. Si legge in Platone che Socrate, trovandosi in carcere, disse al suo amico Critone che gli sarebbe toccato di morire tre giorni dopo: aveva visto in sogno una donna bellissima che, chiamatolo per nome, gli aveva annunciato tale profezia; ciò accadde proprio come era stato raccontato. Una figura attenta alle rappresentazioni notturne fu certamente Aristotele, allievo di Platone, che scrisse “Del sogno e delle veglia”, ”Dei sogni” e “Della predizione per mezzo dei sogni.” e fu forse il primo a fare del sogno un problema psicologico. Aristotele lo definiva un’attività di pensiero che si svolgeva durante il sonno, concludendo come esso non fosse di origine divina ma naturale, e il Dio di cui tutti parlavano, non era altro che il “demone” interiore: “Poiché in generale anche alcuni animali, oltre l’uomo, sognano, i sogni non possono essere mandati da Dio: sono quindi opera demoniaca, perché la natura è demoniaca, non divina”(Aristotele, De divinatione). Importante è poi Artemidoro di Daldi, medico greco che esercitò in Italia nel II secolo d.C.; il suo Oneirocritica è giudicato il più importante libro sui sogni che sia sopravvissuto dall’epoca classica e, a quanto pare, poggia su una vita intera trascorsa in visite ai templi di incubazione, in incontri con altri interpreti e nella raccolta di vecchi manoscritti. L’opera si compone di cinque libri, tre dei quali furono pubblicati e due invece riservati al figlio (anch’ egli interprete). Artemidoro distingueva cinque tipi di sogni: i sogni simbolici, le visioni diurne, i sogni oracolari contenenti rivelazioni divine, le fantasie e gli incubi(Artemidoro, Oneirocritica). E’ interessante notare come l’autore fosse dell’idea che alcuni sogni potessero essere di origine divina e che, soprattutto, potessero essere un appagamento di desideri e qui l’analogia con la teoria freudiana è fin troppo evidente. A differenza dei babilonesi, fu Prometeo ad attribuire ad indovini specializzati (oneirokritai) la prerogativa di interpretare le immagini oniriche. Un autore del V secolo d.C., Sinesio da Cirene, ci ha lasciato una delle più belle e precise esposizioni della teoria secondo la quale i sogni nascono dall’accentuata capacità di intuizione che si manifesta durante il sonno: ” Ma quando il sogno apre la via alla visione della verità all’anima che mai prima aveva desiderato tali visioni né aveva pensato di raggiungere la chiarezza dell’intelletto[..]questa, dico, è la cosa più meravigliosa e oscura” (Sinesio, Il sogno).
Tra i romani, Cicerone (I sec a.C.), poichè convinto che nel sonno e nel sogno “Iacet corpus dormientis ut motui, viget autem et vivit animus”[giace il corpo di colui che dorme come quello di un morto, al contrario l’anima ha vigore e vita] (De divinatione), aveva degli stessi, una concezione animistica vale a dire un’anima che abitasse il corpo, distinto da esso, che si esprimeva, tra le altre forme, nei sogni. Particolare interessante è che Psiche, nei testi antichi, veniva rappresentata da una farfalla, simboleggiando in questo modo il carattere vagabondo dell’anima durante il sonno.Virgilio, contemporaneo di Cicerone, era convinto che i sogni recassero un messaggio divino: “Si sdraia sui velli distesi delle pecore sgozzate e si immerge nel sonno. Vede vagare molti fantasmi in forme strane. Ode molte voci. Può entrare a colloquio con gli dei” (Eneide). Il passo dell’Eneide “Flectere si nequeo Superos, Acheronte movebo”[se non potrò piegare gli Dei, mi indirizzerò verso l’Acheronte] è usato da Freud come motto nell’”Interpretazione” rappresentando, in questo modo, gli sforzi delle pulsioni rimosse. Altri invece, rifiutando l’origine divina, ne erano semplicemente terrorizzati. Prudenzio (IV sec d.C.), al riguardo, è un degno esempio: ” Lontano, lontano da noi ombre mostruose di sogni vagabondi. O serpente sinuoso che per infiniti meandri e per inganni flessuosi, agiti i cuori quieti, vattene: qui c’è Cristo, qui c’è Cristo,sparisci!”.
Con il medioevo oramai alle porte, S.Agostino rivalutò l’origine “divina”dei sogni, osteggiata più o meno apertamente da Aristotele e Cicerone. Il più grande degli Aristotelici ebrei, Maimonide (XII sec. d.C.), oltre a stabilire in otto il giusto numero di ore da dedicare al sonno, credeva che i sogni fossero espressione delle più elevate facoltà dell’intelletto. Nel mondo medioevale, l’astrologia prestava molta attenzione ai messaggi onirici e alle visioni, tanto da dedicare a questo tema i capitoli 12 e 13 del terzo tomo del “Libro conplido en los iudicios de las estrellas” (X sec. d.C.), così che, mediante la mappa celeste del momento nel quale si formulava la domanda o del momento in cui si era prodotto il sogno, l’astrologo poteva indovinare il contenuto del sogno o interpretarlo, deducendo se era o no premonitore e se, compiendosi, dava buoni o cattivi avvenimenti. Come risposta a ciò, la chiesa bollava l’attività onirica e la pratica divinatoria ad essa collegata come “forme magiche”che erano da nocumento per la pratica religiosa; “Non siate curiosi degli altari non divini” dirà S.Clemente. Nel 314, il concilio di Antinochia condannò la divinazione per mezzo dei sogni. Scrisse papa Innocenzo III nel De contemptu mundi (1196): “Non ci è concesso che sia di riposo il tempo che concediamo al riposo: i sogni ci atterriscono e le visioni ci abbattono”. I giudici dell’inquisizione però, si avvalevano di un libro speciale, il Malleus Maleficarum (1486), per interpretare i sogni, in quel triste periodo in cui il loro contenuto poteva significare la condanna a morte. Sin dall’antica Grecia il dibattito intorno alla psiche (mente, anima, coscienza) oscillava fra cuore e cervello. Difatti, mentre Aristotele tendeva per il cuore, Galeno fu il primo ad avanzare la prova della localizzazione della mente nel cervello. Durante il Rinascimento quest’ipotesi si rafforzò e l’anatomia cerebrale fu oggetto di descrizioni particolarmente dettagliate fornite per primo dal grande scienziato Leonardo da Vinci, il quale, seppur si chiedeva: “O dormiente, che cosa è il sonno? Il sonno ha similitudine con la morte” (Codice Atlantico) aggiungeva prontamente:” Perché vede più certa cosa l’occhio nei sogni che con l’immaginazione stando desto” (Codice Arundel). Durante il Rinascimento il sonno e il sogno, quindi, simboleggiavano la morte così che medici e filosofi erano convinti che fossero determinati da cause meccaniche. In ogni caso, ciò non impedì ad artisti e pensatori illustri di considerarli come forze ristoratrici per l’animo umano. Esplicativo al riguardo, un sonetto composto dal Buonarroti tra il 1535 e il 1541, rivolto alla Notte, vista come un arresto, un oblio dal male: rendere sana la carn’inferma, asciugare i pianti, placare la fatica, cancellare ira e tedio, queste sono le sue funzioni. Inoltre la notte faceva cessare ogni miseria ed era rimedio degli afflitti perché: “Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero;/ chè l’umid’ombra ogni quiet’appalta,/ e dall’infima parte alla più alta in sogno spesso porti,/ ov’ire spero”. Progressivamente però, l’attenzione al mondo onirico diventò meno puntuale e distratta, fino a regredire a causa dell’avvento della mentalità razionalizzatrice del XVII° secolo, dello sviluppo delle scienze esatte e dell’età dei Lumi. In questo lasso di tempo, il sogno perse lo status di fattore esplicativo della psiche dell’individuo e cadde nel dimenticatoio della scienza, incarnando agli occhi del progresso quanto sopravviveva dei retaggi del passato, della mentalità retrograda e credulona tardomedievale. Non ci deve sorprendere, quindi, il fatto che i filosofi dell’Illuminismo fossero scettici nei confronti di tutte le teorie sulla provenienza divina dei sogni e sulla loro utilizzabilità a scopo divinatorio. Ad ogni modo, proprio per la fiducia accordata alla ragione, l’Illuminismo vedeva in essi una grande manifestazione dell’intelletto; queste, in proposito, le bellissime parole di Voltaire:”Qualsiasi teoria adottiate, qualsiasi sforzo compiate per dimostrare che in voi la memoria metta in moto il cervello, e il cervello l’anima, dovrete ammettere che tutte le vostre idee vi giungono nel sonno, indipendentemente da voi e malgrado voi” (Voltaire,1764). Alla fine del ‘700 invece, fecero apparizioni le Smorfie, vale a dire opuscoli che cercavano di “agganciare”i sogni ai numeri da giocare al lotto; attività, questa, che si conserva intatta sino ai nostri giorni.Con il Romanticismo si sviluppò un’atmosfera favorevole al mistero, alla fantasia, all’emozione, prerequisiti indispensabili per la comprensione ed accettazione dei sogni.Continuando in questa digressione giungiamo agli inizi dell’800, dove si evidenziò un declino del prestigio del sogno, considerato come un prodotto di “scarto”della coscienza e analizzato solamente in chiave fisiologica.Iniziato male, il secolo si concluse con un’opera di Sigmund Freud: ”L’interpretazione dei sogni” (1899); prima di allora avevamo, come disse Jung ,“la notte e le tenebre”.

I SOGNI TRA LE POPOLAZIONI PRIMITIVE
L’uomo primitivo credeva ai sogni più che al resto, poiché, data la sua convinzione che l’anima nel sonno si distaccasse dal corpo, egli credeva di essere stato realmente in un vicino villaggio nemico se vi si era visto in sogno. Semplificative al riguardo le parole di Lévy-Bruhl: “Il punto di vista dei pellirossa è molto pratico. Egli crede che l’uomo abbia due anime, di cui una è semplicemente il principio vitale del corpo che muore con esso, mentre l’altra dimora nel corpo ma lo abbandona alla sua morte. Quest’ultima è il suo angelo custode, il suo protettore, il suo dio personale, il suo genio, da cui egli dipende. Egli è perciò responsabile di ciò che la sua anima fa nei sogni” (Lévy-Bruhl, 1922).Gli antropologi distinguono due tipi di sogni: quelli ‘individuali’ o ‘liberi’, e quelli formati dai ‘modelli di cultura’ (culture pattern dreams). I primi rispecchiano la vita e le preoccupazioni dell’esistenza quotidiana del sognatore, i secondi sono prescritti dal costume e indotti da rituali speciali. Nelle società occidentali odierne non esiste nulla di simile, per la semplice ragione che il sognare non giuoca la benché minima parte in alcuna delle nostre cerimonie religiose o sociali, né in alcuna delle tecniche che adoperiamo per prendere decisioni, per prevedere il futuro o diagnosticare malattie. I Senoi (Malaysia) incoraggiano sin dalla più tenera età i propri figli a non avere timore dei sogni, convinti come sono che tutte le emozioni debbano essere vissute profondamente senza reprimerle.Come per i Senoi, anche tra gli Iroquois il sogno è discusso pubblicamente. Nel suggestivo mito della creazione degli indiani Ojibwa del Nordamerica il sogno ha un ruolo fondamentale: il creatore crea il mondo sognandolo, ed anche l’essere umano ottiene in dono la capacità di sognare e attraverso di essa, può partecipare al potente mondo dell’invisibile e alla creazione. Gli irochesi vedono nei sogni comandi soprannaturali che si devono eseguire. I primitivi abitanti delle Isole Figi considerano i sogni come vagabondaggi dell’anima staccata dal corpo; i beduini del Nilo si avvolgono tuttora la testa con il turbante per impedire all’anima di abbandonare il corpo mentre dormono. Nelle tribù Maasai del Kenya è proibito svegliare chi dorme per paura che la sua vagabonda anima non rientri più nel corpo. Per molti popoli indigeni quindi vivere significa sognare e sognare significa vivere, o meglio, agire secondo i sogni. Le due realtà sono così strettamente interdipendenti che i sogni non sono un mondo isolato e separato dalla realtà quotidiana ma costituiscono un unico continuum, interagiscono, s’influenzano e si arricchiscono a vicenda. I primitivi, come si vede, attribuiscono all’interpretazione dei sogni un valore ben diverso da quello nostro poichè non si limita alla pura comprensione del sogno poiché esso è prima di tutto un’importante base per orientare le attività quotidiane. I popoli indigeni agiscono in base alla sicurezza che proviene loro dal sogno e nel loro agire hanno quindi una motivazione del tutto particolare, che non nasce dalla semplice comprensione intellettuale del mondo onirico, ma da un profondo coinvolgimento emozionale.

ATTIVITA’ ONIRICA E RELIGIONE
La religione cattolica ha sempre considerato l’oneiromanzia come un ramo della magia, e quindi un pericolo per la vita religiosa perché tali arti “magiche”portavano ad un interesse verso il mondo di Satana.”Cammina per fede non per visione”esortava S.Paolo. Ufficialmente, l’unica eccezione che la Chiesa fece fu per l’astrologia poiché comunque collegata con l’astronomia. Questa è stata la situazione tra i seguaci di Gesù e questa è, a conti fatti, anche quella attuale dimenticando nel frattempo quanti sogni siano citati nella Bibbia: la terribile carestia che colpì l’Egitto fu preannunciata al Faraone dal famoso sogno delle sette vacche magre e sette vacche grasse; nel Nuovo e Antico Testamento, tra i tanti, si possono citare i due sogni di Giuseppe (Genesi), nei quali si profetizzava che quest’ultimo avrebbe regnato sui suoi fratelli e su suo padre Israele e il sogno, fatto sempre Giuseppe, in cui un Angelo lo assicurava della purezza di Maria (Matteo). Troviamo, sempre nella Bibbia, esempi d’interpretazioni di sogni fatte usando un linguaggio che si avvicina molto a quello della psicologia del profondo. Ad esempio, quando Giuseppe ebbe in sogno il sole e la luna, il padre Giacobbe li interpretò come simboli archetipi di padre e madre. Nel Libro di Daniele (Antico Testamento), il profeta è chiamato a decifrare un sogno del re Nabuccodonosor. L’ampio numero di esempi citati nei testi sacri era tale, che indusse ad un parziale arretramento le istituzioni ecclesiastiche con l’ammissione dell’esistenza di due tipi di sogni: quelli mandati dal demonio e quelli mandati da Dio. Quello che segue è un commento di un Mormone: “I sogni delle Scritture sono delle vere e proprie gemme che provengono dal Signore”. Gli antichi Ebrei erano persuasi che i sogni avessero un valore profetico e spesso ritenevano che fossero d’importanza nazionale; inoltre, privilegiavano a quelli positivi quelli angosciosi, poiché fortemente convinti che quest’ultimi causassero paura e pentimento. Nel Talmud (dopo la Bibbia, il secondo testo sacro per importanza) vi sono numerosi episodi di uomini che praticavano l’oneiromanzia per avere una fonte di reddito (Choen, 1935).Un fatto curioso è che un certo Bar Hadya basava il suo responso a secondo del compenso (!). Sempre dal Talmud si apprende che a Gerusalemme vi fossero attivi ventiquattro interpreti di sogni; il rabbino Chisda, tra i più importanti interpreti dell’epoca, sosteneva che: ” Ogni sogno ha un significato, salvo quello provocato dal digiuno. Inoltre, un sogno non interpretato, è una lettera non letta”. Di particolare interesse è la spiegazione dei simboli data dal Testo. Essa si avvicina alla teoria di Freud, per esempio nell’interpretare qualcuno che innaffia un “olivo con olio di oliva” come un immagine simbolica dell’incesto, mentre si da a simboli non sessuali, un’interpretazione sessuale, cosi come ad altri, palesemente sessuali, vengono attribuiti significati non sessuali. Ed allora, secondo gli interpreti, chi sognava un rapporto incestuoso con la madre, poteva sperare di possedere una grande saggezza, mentre chi sognava di avere avuto una relazione sessuale con una donna sposata, poteva essere certo della propria salvezza (Fromm, 1951). Nella religione musulmana, nella Notte Del Destino (610 del mese di ramadan), a Maometto apparve in sogno un angelo: ”Maometto, tu sei l’Eletto di Allah e io sono Gabriele”.Da questo episodio prese avvio Il Corano. Nella Sura XII è raccontato il dialogo tra Giuseppe e il padre Giacobbe. Dopo che il figlio raccontò un sogno, il padre rispose: ” Ti sceglierà così il tuo Signore e ti insegnerà l’interpretazione dei sogni”. E, di fatto, così accadde poiché sempre nello stesso Sura è raccontato il sogno delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre: ” O mio Signore, mi hai dato qualche potere e mi hai insegnato l’interpretazione dei sogni”. Per i musulmani, a tutt’oggi, l’oneirocritica è considerate scienza ufficiale e gli interpreti sono chiamati mou’abbir. Nell’Induismo invece troviamo molto materiale sul Brhadaranyaka (testo sacro del bramanesimo) con la presenza di due teorie per spiegare le rappresentazioni oniriche: la prima afferma che l’anima prende i materiali dai sogni, la seconda che l’anima stessa, durante il sonno, abbandona il corpo e s’aggirava dove vuole. Il concetto di anima vagabonda durante la notte, come si vede, è una costante sia dell’occidente che dell’oriente. Nei Veda invece vi sono descritte pratiche religiose per allontanare sogni angosciosi. Nella mitologia indiana il mondo inizia con il sogno di Brama. In India si ritiene che la “vera conoscenza” non sia raggiungibile attraverso processi razionali, anzi, la “ragione” distoglie, satura la possibilità di conoscere. La vera realtà quindi è avvicinabile solo distanziandosi dallo stato di veglia, immergendosi in una dimensione meditativa, contemplativa della mente, più vicina a quella del sogno. Nella cultura indiana lo stato di “sogno” è uno stato intermedio tra il “sonno profondo” e quello della “veglia”. Il Prana, energia vitale, trova forma di espressione anche nelle rappresentazioni notturne. Per i monaci buddisti, a tutt’oggi, il controllo dei sogni fa parte dell’istruzione religiosa. Essi devono esercitarsi a mantenere una consapevolezza ininterrotta sia nella veglia sia nel sonno, poiché una pratica continua li aiuterà a non restare sgomenti durante il ciclo delle rinascite. Anche nelle religioni asiatiche la fede nei presagi era usanza comune, resistita fino ai giorni nostri. Il seguente citatissimo esempio di sogno che il filosofo cinese Tschuangtse (III sec. a. C.) ebbe, solleva un interessante interrogativo: quale sia il rapporto tra sogno e realtà, in che modo i due mondi s’interferiscano a vicenda, che cosa li accomuna e che cosa li separa: “Un giorno accadde che io, Tschuangtse, sognai di essere una farfalla, una leggiadra farfalla che era contenta e felice e nulla sapeva di Tschuangtse. Improvvisamente mi svegliai e fui di nuovo me stesso. Ora mi chiedo, ero un uomo che sognava di essere una farfalla, o sono una farfalla che sta sognando di essere Tschuangtse?”. L’oniromanzia (chan meng), o formulazione di pronostici mediante i sogni, era praticata anche in Cina, come nelle più antiche civiltà asiatiche. Del processo onirico fu, quindi, il carattere profetico ad essere enfatizzato, anche se non mancano esempi di altre concezioni. L’interpretazione dei sogni rientrava nelle competenze del Grande Augure (Ta Pu), mentre un esperto di grado inferiore (Chang Meng) era in essa specializzato. E’ presente anche tra la cultura orientale, l’idea di fondo di un’energia che pervade tutto ( il Ch’i cinese e il Ki giapponese), che come spirito cosmico anima tutte le cose; i sogni sono portatori di questa energia, permettendo all’uomo di rigenerarsi. In Tibet e nelle scuole d’impostazione tibetana, esiste tuttora una pratica conosciuta con il nome di “ Dream Yoga” che consiste nell’interpretazione dei sogni in chiave diagnostica e premonitrice.

I SOGNI NELLA LETTERATURA
Tutti i più grandi autori, italiani e non, hanno intrecciato appassionanti opere con le immagini che provenivano dal “sottosuolo”. In Dante, per esempio, il famoso passo dell’Inferno”Mi ritrovai in una selva oscura[…]selvaggia e aspra e forte, /che nel pensier rinnova la paura” e poi sempre nell’Inferno ”Io non so ben ridir com’i v’intrai/tant’era pien di sonno a quel punto” fanno attribuire alla Divina Commedia quella che, in termini omerici, può essere definita Nekyia vale a dire “viaggio negli inferi”. Un lungo e difficile cammino simbolico verso quei territori inconsci che fecero anche Freud e Jung in tempi e con metodologie diverse, ma che portarono ad entrambi un accrescimento dell’anima senza paragoni. Così si esprimeva Freud riguardo all’”Interpretazione”, in una lettera all’amico medico Fliess: ”Esso mi è apparso come un brano della mia autoanalisi[…]Tutto questo lavoro ha giovato molto alla mia vita psichica; sono chiaramente molto più normale di quanto non fossi quattro o cinque anni fa” (Freud, 1877/1902).Il sogno, in quest’ottica, acquista un valore importante: un’immersione nelle profondità della psiche da cui risalire con nuovo vigore e nuova energia. Aneddoto curioso e affascinante sulla “Commedia” è che il figlio di Dante, Jacopo, sognò il padre indicargli il luogo dove aveva nascosto gli ultimi tredici canti mancanti dell’0pera. Un altro esponente del trecento,Francesco Petrarca, invece, riteneva “Ridicolo pensare che coloro che da svegli non riescono a capire le cose presenti e a ricordare quelle passate, quando si addormentano siano in grado di preconoscere le cose future, come se Dio fosse più vicino e più attento a coloro che dormono e russano che a coloro che pensano con animo vigile e con occhi aperti” (Rerum memorandum libri). Nella tragedia “Mirra” dell’Alfieri, la protagonista è testimone del carattere angoscioso di taluni sogni: ”Ognor mi sfugge il sonno; / o con fantasmi di morte tremendi, / più che il vegliar mi dan martirio i sogni: / né dì, né notte, io non trovo mai pace,/ né riposo, né loco”(Alfieri, 1784). Nel XXXIII° canto dei “Promessi Sposi” invece, troviamo un sogno di don Rodrigo dove gli è preannunciata la peste bubbonica, ma anche in Leopardi, Carducci, Pascoli rintracciamo opere ricche d’episodi onirici. Nella letteratura del novecento, svetta la figura di Italo Svevo, il quale non fece mai mistero delle influenze benefiche che le nascenti teorie freudiane ebbero sulle sue opere, tanto da dedicare in “La coscienza di Zeno” (1923), un capitolo alla psicoanalisi ed ai sogni. Nella letteratura estera i richiami non mancano. W.Shakespeare ne è un degno esempio. Nell’”Amleto”vi è il sogno di Ofelia, nel “Riccardo III”quelli dello stesso Riccardo, prima della decisiva battaglia contro Richmond, e quello di Clarence prima di essere ucciso. Il passo più bello, però, si trova certamente nel “La Tempesta” (1611): “Noi siam fatti della stessa sostanza di cui son fatti i sogni e la nostra vita e cinta di sonno”. Nel dramma “La vita è sogno” (1635) di Calderon de la Barca, il protagonista Sigismondo ottenne una trasformazione caratteriale grazie ad un sogno. Come è ovvio, i poeti della Scuola romantica fecero uso e abuso dei sogni: il poeta inglese S.Coleridge, mentre leggeva i”Pellegrini di Purchas”, si addormentò e al risveglio scrisse di getto ciò che aveva precedentemente sognato: era nato così ”Kublai Khan, una visione in un sogno” (1816). Per Keats solo la poesia poteva esprimere la bellezza delle immagini oniriche: ” Tu non sei poeta: puoi forse narrare i tuoi sogni?”. Mentre Byron, nel suo “Il sogno” ravvisava in essi una componente profetica perché “I sogni, come sibille parlano del futuro”, aggiungendo inoltre un concetto che ben sintetizza la componente condensatoria del lavoro onirico espressa da Freud: “Un pensiero dormiente può racchiudere anni, e coagula una lunga vita in una sola ora”. E.A.Poe, nei suoi tetri racconti, attinse a piene mani dalle immagini del mondo notturno. Nel breve monologo di Dostoevskij “Il sogno di un uomo ridicolo” (1877), il protagonista, deluso dall’esistenza, si abbandona prima al disprezzo e poi all’indifferenza, fino a chiudersi in un’esperienza onirica. Ritornando alla letteratura anglosassone, per esplicita ammissione dell’autore R.L.Stevenson, il famoso libro”Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde” (1886) fu il parto di un sogno. Nel “Manifesto del surrealismo” (1924) Breton definiva lo stato di veglia come un fastidioso fenomeno d’interferenza che s’interponeva nel felice fluire dei sogni; il problema che si presentava, quindi, era quello di eliminare l’interferenza e di prolungare con ogni mezzo possibile lo stato onirico, compiendo anche esperimenti di carattere ipnotico e allucinatorio. Molti filosofi s’interessarono all’argomento onirico, sia come base per le loro speculazioni teoriche, sia perché testimoni in prima persona del carattere creativo che accompagnava il sognare: in una notte del 1619, Cartesio ebbe tre lunghi sogni decisamente tormentati ma che presentarono, condensarono e chiarirono fattori determinanti per l’intero sviluppo del suo “Discorso sul metodo”. Su questa vicenda Freud scrisse “Un sogno di Cartesio: lettera a Maxime Leroy”. In un passo del libro leggiamo quanto segue: “ I sogni del nostro filosofo rientrano nel tipo chiamato sogni dall’alto[…]formazioni ideative che avrebbero potuto essere create sia durante la veglia, sia durante lo stato di sonno, e che soltanto in certe parti hanno tratto il loro contenuto da stati psichici abbastanza profondi”(Freud, 1929). I sogni dall’alto erano nati da preoccupazioni spirituali del giorno, da contrapporsi perciò ai sogni dal basso, suscitati invece dalle pulsioni. Schopenhauer attribuiva alle immagini oniriche un posto privilegiato. Anche se pensava al sogno come ” una breve follia e la follia un lungo sogno”, nel sogno del sonno profondo trovava espressione la spinta endogena della cieca volontà; il sogno rivelava l’esistenza di un “organo del sogno” che si manifestava quando le vie della motilità e della realtà erano sbarrate nel sonno e l’apparato nervoso funzionava in modo regredente. La valutazione della vita onirica da parte di alcune scuole filosofiche, per esempio quella di Friedrich Schelling e la sua filosofia della natura, aveva una chiara risonanza dell’origine divina dei sogni, così come intesa dagli antichi. La teoria di Kant era simile a quella di Voltaire; anch’egli credeva che nei sogni non avessimo né visioni né ispirazioni sacre, ma solamente attività cognitive complesse: ” Suppongo piuttosto che le idee che si affacciano durante il sonno possano essere più chiare e più larghe che non le più chiare che si affacciano durante la veglia” (Kant, 1766). Per Nietzsche, un modo per risolvere e superare il male era far parte della realtà ed i sogni rispecchiavano la realtà, a differenza della religione che la falsificava. Nel “La nascita della tragedia” (1872) scriveva come nella cultura greca fosse evidente il contrasto fra Dioniso, che era vitalismo, sogno ed istinto, ed Apollo, che era ragione, mondo finito e serenità. Tale distinzione si attualizzava in una serie di opposti: sogno/realtà, istinto/ragione, oscurità/luce, divenire/stasi. Queste coppie di opposti erano presenti anche in Natura ed è superfluo, credo, aggiungere come Nietzsche sentiva più vicina e cercava di “rimanere fedele” a quella dionisiaca. Per Nietzsche inoltre: ” Nel sogno sopravvive un antichissimo brano di umanità, che non si può quasi più raggiungere per via diretta” (Nietzsche, 1872). Freud stesso nel suo ”Interpretazione”, riprendendo il su citato passo, si augurava di confutare l’idea nietzschiana grazie ai contribuiti che la nascente teoria sull’analisi dei sogni iniziavano a dare.